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Onderstaand artikel is gepubliceerd op/published on: Carta.org, 11-4-2002
(www.carta.org)

Adidas e Nike: condizioni di lavoro e ultime indagini

WORLD CUP 2002 - Incontro di presentazione di “Un altro mondiale è possibile” - Il Pais, sabato 16 marzo 2002

Sul terreno di gioco dei mondiali, prima ancora che le squadre di calcio nazionali, si affronteranno due grandi marche dell’abbigliamento e delle scarpe sportive, Nike e Adidas, che insieme si spartiscono oltre il 50% di questo settore di mercato. Sono due sponsor importanti della Coppa del mondo. Adidas è il primo sponsor in assoluto, i mondiali si giocheranno con il suo pallone; personale, arbitri, guardialinee indosseranno e calzeranno il suo marchio; Nike è sponsor tecnico di 7 squadre nazionali. I più grandi campioni calzano scarpe sportive dell’una o dell’altra marca.
Adidas e Nike sono note ai consumatori critici e alle organizzazioni per la difesa dei diritti dei lavoratori di tutto il mondo anche in relazione agli eventi calcistici. Nel 1996 fa il giro del mondo un articolo pubblicato dalla rivista Life che mostra alcuni bambini pakistani intenti alla cucitura di palloni da calcio a marchio Nike e logo Fifa. Nel distretto di Sialkot, dove si concentra l’80% della produzione mondiale di palloni da calcio, lavorano oltre 10 mila bambini nella cucitura dei palloni. Nel 1998 Adidas è accusata da un ex internato in un campo di lavoro in Cina di far uso del lavoro forzato di prigionieri politici per la produzione di palloni da calcio per i mondiali del 1998 (15 ore al giorno per 1 dollaro e 50 al mese).

Adidas-Salomon

(fatturato 2001: 5 miliardi di dollari; sponsorizzazioni e pubblicità: 1 miliardo di dollari/anno) Adidas è un’azienda tedesca, nasce nel 1926 e fa il suo primo ingresso alle Olimpiadi nel 1928, negli anni Sessanta ha ormai il monopolio delle forniture per i giochi olimpici. Negli anni Settanta tutti i grandi marchi delle scarpe e dell’abbigliamento sportivo trasferiscono le produzioni prima verso Hong Kong, Corea del Sud e Taiwan, poi verso paesi a sempre minor costo del lavoro fino ad approdare negli ultimi anni in Cina (65% della produzione mondiale), Indonesia e Vietnam. Negli anni Ottanta Adidas viene spodestata nell’atletica da Nike, azienda americana nata alla fine degli anni Sessanta; Reebok, una delle case più antiche (anno di fondazione 1895), si afferma nel settore dall’aerobica e ora controlla il 10% del settore dell’abbigliamento e scarpe sportive. Con l’acquisto nel 1997 di Salomon, marca francese specializzata nella produzione di articoli per lo sci, Adidas diventa il secondo produttore mondiale nel mercato dello sport e il primo in assoluto in Europa.
Adidas è stata l’ultima, dopo Nike e Reebok, a darsi un codice di condotta (giugno 1998) e a dotarsi di un sistema di monitoraggio interno. Sostiene attraverso la World Federation of Sporting Goods Industry il progetto per l’eliminazione del lavoro minorile nella produzione di palloni in Pakistan e in India. Solo nel 1999, con la nomina di David Husselbee, ex funzionario della fondazione Save the Children, a direttore dell’ufficio affari sociali e ambientali, l’azienda comincia a rispondere alle pressioni dei consumatori che aveva fino a quel momento ignorato. Nello stesso anno diventa membro della Fair Labor Association, l’agenzia per il monitoraggio delle condizioni di lavoro nel settore del Tessile-abbigliamento-calzaturiero di ispirazione aziendale promossa dall’amministrazione Clinton.
Nel 1998 un ex internato in un campo di lavoro in Cina dichiara che Adidas ha fatto uso di lavoro forzato per la produzione di palloni da calcio per i mondiali del 1998. Il fornitore della multinazionale tedesca si serviva di laboratori in una zona rurale che occupavano anche prigionieri politici di un vicino campo di rieducazione, per 15 ore di lavoro al giorno e una paga di 1 dollaro e 50 al mese.
Nelle fabbriche di El Salvador (1998) le donne erano costrette a lavorare fino a 70 ore la settimana, sottoposte a test di gravidanza e licenziate se incinte. Un tentativo della Clean Clothes Campaign tedesca di avviare in Centro America un progetto di monitoraggio congiunto con la multinazionale tedesca fallisce per l’indisponibilità di quest’ultima ad accettare l’intervento di una ong locale. In Bulgaria (fabbrica Savina, di proprietà greca) (1998), le donne erano costrette a fare ogni giorno 4 ore di straordinario pagato al nero e avevano diritto solo a 2 giorni di ferie all’anno.
Sia nel caso della fabbrica Formosa di El Salvador che di Savina in Bulgaria, Adidas ha reagito alle pressioni ritirando le commesse.
Nel novembre 2000 Adidas rifiuta di presentarsi a un’audizione convocata da una commissione dell’Unione Europea a cui interviene una ong indonesiana chiamata a riferire delle condizioni di lavoro in una fabbrica che produce per Adidas (Tuntex: 70 ore di lavoro a settimana, straordinari forzati, paghe al di sotto del minimo legale, maltrattamenti).
Nell’aprile 2001 prende avvio una grande mobilitazione internazionale, a cui partecipano anche i consumatori/cittadini italiani, a favore di Ngadinah, operaia-sindacalista di una fabbrica indonesiana di Adidas, arrestata a un anno di distanza da uno sciopero di massa (8 mila lavoratori) sulla base di accuse generiche, per esempio aver incitato i compagni ad aderire allo sciopero. Assolta dalle accuse in agosto può riprendere il suo lavoro nella fabbrica, ciò che non sarebbe mai potuto accadere senza che fosse tenuta desta l’attenzione internazionale sul suo caso. Adidas è costretta a prendere posizione e a scrivere al ministero del lavoro indonesiano per invitarlo a far luce sul caso.

Nike

(fatturato 2001: 9,5 miliardi di dollari; sponsorizzazioni e pubblicità: 1,9 miliardi di dollari/anno; principali testimonial: Tiger Woods: 20 milioni di dollari/anno, Lleyton Hewitt: 15 milioni di dollari per 5 anni)
Nata alla fine degli anni Sessanta, Nike è l’azienda leader nel mercato mondiale dell’abbigliamento e delle scarpe sportive. Ha lanciato il mito dell’atleta testimonial del valore di milioni di dollari; molto noti sono i campioni di basket Michael Jordan (20 milioni di dollari), il campione di tennis Andrew Agassi (100 milioni di dollari per 10 anni), il campione di golf Tiger Woods (20 milioni di dollari). Si è calcolato che la sponsorizzazione di Tiger Woods basterebbe per pagare il lavoro di 40 mila lavoratori cinesi.
E’ fra le prime dopo Levi’s a darsi un codice di condotta (1992). E’ fra i fondatori nel 1999 della Fair Labor Association e partecipa al progetto per l’eliminazione del lavoro minorile in Pakistan (Atlanta agreement).
Nel 1996 fa il giro del mondo la foto di Life che mostra un bambino pakistano intento a cucire un pallone da calcio Nike con marchio FIFA.
Nel 1997 arrivano le prime denunce circostanziate sul lavoro sfruttato degli adulti. Un’indagine in Vietnam svela maltrattamenti, salari così bassi da non coprire il costo di tre pasti al giorno, divieto di andare in bagno più di una volta per turno. Un’altra indagine in Indonesia rivela che le donne lavorano 7 giorni alla settimana e vengono licenziate se si ammalano. Esce in Cina un altro rapporto dettagliato da cui risulta che gli operai sono chiusi a chiave nelle fabbriche in cui lavorano e dormono. Nike fa svolgere una propria ispezione ma tiene segreti alcuni risultati scottanti, fra cui gli effetti cancerogeni di alcune sostanze chimiche utilizzate nella produzione di scarpe. Ne nasce uno scandalo. Il 1997 si chiude per Nike con una consistente diminuzione dei profitti.
Nel 1998 Nike si mostra disposta al dialogo e annuncia un programma di miglioramento delle condizioni di lavoro nelle fabbriche (aumento dei salari, controllo sull’impiego di minori, migliori condizioni di sicurezza)
Le indagini realizzate in proprio da Nike e Reebok fra il 1999 e il 2001 continuano a confermare condizioni di sfruttamento del lavoro ma non danno risposta a due questioni basilari sollevate dai gruppi di pressione: garantire un salario adeguato e la libertà di organizzazione sindacale.
Nel 2000 a ridosso dei giochi olimpici di Sydney, la Nike viene citata a giudizio dal sindacato australiano e ritenuta responsabile della violazione della legge sul lavoro a domicilio. Durante i giochi olimpici, due attivisti americani si trasferiscono in un sobborgo di Jakarta per condividere la vita degli operai della Nike, salario compreso. Rientrano a casa dopo due mesi, affamati e notevolmente dimagriti (perdono 8 chili lei, 11 chili lui).
Negli Stati Uniti nasce nel 1998 una rete studentesca, United Students Against Sweatshops, che riesce dopo molte iniziative di pressione a convincere 75 università a darsi delle regole etiche per l’acquisto di abbigliamento per le squadre sportive universitarie. Viene costituito un organismo ispettivo per il rispetto del codice di condotta universitario, Worker Rights Consortium, in cui sono rappresentati anche gli studenti . Il primo caso su cui il WRC è chiamato ad indagare riguarda il tentativo di un sindacato di fabbrica indipendente presso un fornitore messicano di Nike di sopravvivere alle intimidazioni e alla repressione anche brutale. Grazie alle indagini svolte sul campo dagli studenti, a una tenace mobilitazione internazionale, e ai risultati di un’indagine commissionata dalla stessa Nike, il sindacato viene riconosciuto, firma il suo primo contratto collettivo e fa rientrare tutti i licenziamenti.

I nuovi studi: "Non siamo macchine" (2002), "La faccia nascosta del pallone" (2000)

In vista dei mondiali di calcio e in occasione della festa internazionale della donna, l’8 marzo 2002 è uscita una nuova indagine, dal titolo “Non siamo macchine”, sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche indonesiane di Nike e Adidas. L’Indonesia è il secondo paese fornitore delle due marche. Lo scopo era quello di verificare a due anni di distanza da un’indagine precedente se ci fossero stati progressi nelle condizioni di lavoro. L’indagine è stata realizzata da un ricercatore australiano della NikeWatch Campaign e di Oxfam Community Aid Abroad per conto di alcune organizzazioni di base internazionali fra cui la Clean Clothes Campaign europea e Global Exchange statunitense.
Lo stesso tipo di approccio è stato utilizzato dalla ong olandese India Committee of the Netherlands, aderente alla Global March against child labour, che nel 2000 ha pubblicato uno studio, “La faccia nascosta del pallone”, sulle condizioni di lavoro nell’industria del pallone nello stato indiano del Punjab. L’India è il secondo produttore mondiale di palloni dopo il Pakistan. Lo studio riprende e aggiorna un’indagine ufficiale realizzata due anni prima per conto dell’Oil da un prestigioso istituto indiano.
Questi due studi forniscono elementi utili per comprendere quali siano le condizioni di vita e di lavoro nell’industria che rifornisce i maggiori sponsor e licenziatari dei mondiali di calcio.

"Non siamo macchine" (2002) (www.cleanclothes.org; www.otromundial.org)

Lo studio si basa su una serie di interviste a 35 lavoratori/lavoratrici di 4 fabbriche che producono per Nike e Adidas, fra cui la Nikomas, una fabbrica che impiega 24 mila persone. Nike possiede 11 fabbriche in Indonesia che producono fra i 45 e i 55 milioni di paia di scarpe all’anno.

Cambiamenti in positivo rispetto all’indagine del 2000

Benché la partecipazione al sindacato (indipendente, legale in Indonesia dal 1998) venga ostacolata, una volta che il sindacato si è costituito, questo gode di maggiore rispetto di quanto non avvenisse un tempo. Per esempio è più facile che i rappresentanti sindacali possano avere un ufficio e possano tenere delle riunioni e non vengano continuamente trasferiti.
Si lavorano meno ore di un tempo: dalle 70 ore settimanali coatte si è passati alle 57-60 ore. Ma non sempre i lavoratori sono contenti di questo dato che il loro salario minimo è molto basso.
I lavoratori ricevono meno umiliazioni verbali e fisiche. Sono diminuiti gli insulti e le molestie sessuali.
E’ più facile potersi assentare per malattia; ci sono meno incidenti sul lavoro.

Ciò che ancora manca

Libertà di organizzazione sindacale

I lavoratori temono che impegnandosi attivamente nel sindacato possano correre il rischio di essere licenziati, aggrediti fisicamente o arrestati. Alcuni casi suffragano queste paure. Un esponente sindacale della Nikomas ha ricevuto minacce di morte dopo aver organizzato uno sciopero, venti lavoratori attivi sindacalmente hanno preferito licenziarsi. L’anno scorso, sempre alla Nikomas, un altro esponente sindacale è stato aggredito davanti alla fabbrica a colpi di machete riportando ferite gravi dopo aver rilasciato un’intervista sulle condizioni di lavoro nella fabbrica. Inoltre, l’esercito continua ad esercitare un forte controllo sulle attività all’interno delle fabbriche in connivenza con i proprietari e con le autorità locali. Lo scorso anno, Global Exchange, organizzazione nordamericana per i diritti umani, ha sollecitato Nike a dare formale assicurazione ai lavoratori della Nikomas che non sarebbero state tollerate ritorsioni nei confronti dei lavoratori sindacalizzati. Questa richiesta è stata ignorata da Nike. C’è poi il caso di Ngadinah, sindacalista di una fabbrica indonesiana di Adidas, arrestata nell’aprile 2001, a un anno di distanza da uno sciopero di massa, sulla base di accuse generiche, per esempio aver incitato i compagni ad aderire allo sciopero. E’ stata assolta dalle accuse in agosto e ha potuto riprendere il suo lavoro nella fabbrica, grazie anche all’attenzione internazionale che si è accesa intorno al suo caso, ma resta nei compagni di lavoro la paura, anche perché tutti i lavoratori a tempo determinato (il 40% della forza lavoro), che si sono iscritti al sindacato non hanno avuto rinnovato il contratto. C’è poi un altro modo di mettere i sindacalisti fuori dalle fabbriche, quello di collocarli in una sorta di aspettativa forzata o sospensione a tempo indefinito che logora al punto da spingere molti ad andarsene spontaneamente. Richiesta di prendere una posizione su un caso specifico, Nike ha evitato di prendere una posizione chiara

Salari

Il dato più sconvolgente che emerge dall’indagine è il fatto che i lavoratori delle fabbriche indonesiane di Nike e Adidas vivono ben al di sotto della soglia di povertà. Nonostante gli aumenti fissati dal governo per far fronte ai rincari dei beni di prima necessità provocati dalla crisi economica e dall’inflazione, il salario minimo legale è largamente insufficiente. E lo è anche facendo straordinari. Con un salario minimo di 2 dollari al giorno si vive al di sotto della soglia di povertà. I lavoratori sono costretti a prendere soldi in prestito per sopravvivere. Chi ha figli è costretto a separarsene, a mandarli presso parenti nei villaggi per poterli rivedere solo tre o quattro volte all’anno.

Salute e sicurezza

I lavoratori dell’industria calzaturiera sono esposti a rischi per l’inalazione di sostanze tossiche. Un’indagine condotta dalla stessa Nike nel 1997, e poi tenuta nascosta, riferiva di livelli di esposizione al toluolo in alcune fabbriche vietnamite di molto al di sopra dei limiti di legge. Oggi Nike dice di impiegare sostanze chimiche a base d’acqua. I lavoratori si lamentano però ancora di effetti nocivi che provocano crisi respiratorie anche se i malesseri sono meno frequenti di un tempo. Le aziende rifiutano di fornire scarpe di sicurezza perché troppo costose. Sembrano essere diminuiti gli incidenti sul lavoro, nel senso che è diminuito il numero delle persone che hanno perso le dita negli ingranaggi delle macchine, anche se questo tipo di incidenti continua a verificarsi (5-6 volte all’anno fra i 24 mila lavoratori della Nikomas).
La legge indonesiana consente alle donne di assentarsi per due giorni senza retribuzione nel periodo del ciclo mestruale, ma in alcune fabbriche sono costrette ad umilianti verifiche e preferiscono rinunciarvi.
Effetti dei problemi internazionali sulle condizioni di vita e di lavoro

Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, c’è stato un rallentamento nel flusso di commesse a causa della diminuzione dei consumi negli Stati Uniti. Ci sono già stati parecchi licenziamenti e a farne le spese sono soprattutto le fabbriche in cui si era costituito un sindacato indipendente.
Secondo il presidente dell’associazione indonesiana dei produttori calzaturieri, l’instabilità politica del paese e l’inflazione crescente stanno spingendo Nike, Reebok e Adidas a lasciare l’Indonesia in favore di Cina e Vietnam. Quest’ultimo paese, negli ultimi mesi, sta vedendo aumentare notevolmente il flusso di commesse.
Lo studio riferisce che ci sono stati forti aumenti nel prezzo del kerosene per riscaldamento e del riso (alcuni lavoratori riferiscono che il prezzo del riso è aumentato del 50% negli ultimi 6 mesi) dovuti all’eliminazione dei sussidi statali. Ciò dipende dai piani di aggiustamento strutturale decisi dal FMI per concedere prestiti all’Indonesia stremata dalla crisi economico-finanziaria del 1998. Lo studio riferisce anche dell’impennata dei prezzi dei generi alimentari innescata all’inizio dell’anno da una serie di massicce inondazioni che hanno colpito il paese distruggendo i raccolti e le strade. Bisogna ricordare che l’Indonesia è un paese a grave rischio idrogeologico avendo, per motivi di avidità del regime prima e ora per far fronte al debito, imboccato la strada della deforestazione dissennata per vendere legname e per far posto alla coltura della palma da olio per l’esportazione.

"La faccia nascosta del pallone" (2000) (www.indianet.nl/iv.html)

Uno studio della ong olandese India Committee of the Netherlands aggiorna nel 2000 un’indagine condotta in India per conto dell’Oil da un autorevole istituto indiano. Da questa indagine risulta che nonostante i programmi per l’eliminazione del lavoro minorile nell’industria dei palloni, sono ancora 10 mila i bambini impiegati in questo settore. I cucitori adulti percepiscono salari che sono addirittura inferiori ai minimi legali (meno della metà di un dollaro americano al giorno, circa un terzo dell’attuale salario minimo legale), a malapena sufficienti ad acquistare un litro di latte e mezzo filone di pane al giorno. Uno studio realizzato un anno prima in Pakistan rivela come siano ancora parecchie migliaia i bambini cucitori, mentre gli adulti vengono pagati un terzo di ciò che servirebbe per vivere. Le donne continuano ad accettare lavoro a domicilio sottopagato non potendo recarsi ai centri di cucitura, creati apposta per combattere il lavoro a domicilio non controllabile, a causa degli impegni domestici. Mentre in Pakistan è in atto un programma per l’eliminazione del lavoro minorile finanziato dall’Oil, Unicef e camera di commercio di Sialkot, in India l’Oil è stato estromesso dal programma che viene attualmente finanziato dai produttori indiani di articoli sportivi che si affidano per le ispezioni all’ente di certificazione SGS, pagato dalla FIFA, che si limita a verificare che non ci siano bambini al lavoro, ma non tiene in considerazione le condizioni di lavoro e salariali degli adulti. Nello stesso anno in cui prende il via il programma, il governo indiano esclude i centri di cucitura dalla legge sul lavoro nelle fabbriche che dà diritto a numerosi benefici, come un contratto di lavoro, un premio annuale, il doppio della paga oraria per gli straordinari, ecc. Nella sua prima fase di monitoraggio SGS dice di non aver trovato traccia di bambini che invece l’ong olandese ha intervistato e fotografato. A breve dovrebbero uscire nuovi aggiornamenti di quel rapporto.
Questa serie di indagini è alla base della campagna “Kick child labour out of football” che la Global March Against Child Labour avvierà a maggio in vista dei mondiali di calcio.


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Landelijke India Werkgroep - 1 juni 2005