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Published in: Liberazione, 14-1-2007

Monica Di Sisto
L’inferno lavorativo dietro i grandi marchi dei saldi



14 gennaio 2007

È tempo di saldi, e di shopping "di recupero", dopo un Natale che per molti di noi diventa, negli anni, sempre più austero. E girando tra scaffali e stampelle in cerca di quel jeans un po’ più carino, di quella giacca calda che protegga con più allegria dai capricci della stagione, ci si può permettere anche qualcosa di più prezioso, almeno nel prezzo. Ma a cercare bene, oltre a quello della moda del momento, c’è un filo conduttore di diritti a buon mercato che lega le etichette olandesi G-Star e Mexx, le americane Tommy Hilfiger, Ann Taylor, Gap e Guess, e le italiane Armani e RaRe: il fatto di aver commissionato parte dei propri capi alle imprese indiane Fibres and Fabrics International Pvt. Ltd. (FFI) e alla sua sussidiaria Jeans Knit Pvt. Ltd. (JKPL) di Bangalore.

È dal settembre del 2005 che la Campagna Abiti puliti, le organizzazioni sindacali e le ong locali compilano interviste e relazioni sistematiche sulle condizioni di lavoro all’interno delle due fabbriche, e quello che raccontano è l’inferno. Violazioni dei diritti del lavoro, ma anche dei più elementari diritti umani, abusi fisici, botte ed intimidazioni: sono questi gli argomenti con i quali i dirigenti degli stabilimenti inducono gli operai a raggiungere ritmi di produzione sempre più alti, e che vengono ripagati con straordinari non retribuiti e licenziamenti in tronco. Il tutto condito con assunzioni senza contratto, in ambienti senza mense, spogliatoi, bagni, e in assenza di procedure di registrazione dell’orario di lavoro come di misure di sicurezza appropriate.
Quando la proprietà delle aziende tessili, tuttavia, si è resa conto degli approfondimenti in corso, invece di cominciare a porre rimedio almeno a qualcuno degli abusi denunciati, si è rivolta al Tribunale civile della città di Bangalore che nel luglio 2006 ha diramato un’ordinanza restrittiva contro le associazioni dei lavoratori Garment and Textile Workers’ Union (GATWU) e Women Garment Workers Front (Munnade), le ong Civil Initiatives for Development and Peace (CIVIDEP) e New Trade Union Initiative (NTUI), oltre alla Clean Clothes Campaign Task Force indiana, intimando loro di smetterla di far circolare informazioni sul caso FFI/JKPL fuori dal Paese. Ma la sorpresa più grande l’ha riservata alle organizzazioni della società lo scoprire che l’azienda fosse certificata come socialmente responsabile: la Social Accountability International (SAI), infatti, ha spiegato loro che quattro unità di produzione del gruppo FFI/JKPL erano state classificate con il marchio SA8000 per gli standard di lavoro e che un’altra unità era in corso di certificazione. Per oltre 5 mesi gli attivisti, a quel punto, hanno contattato la SAI informandola preoccupati delle violazioni che avevano potuto riscontrare direttamente negli stabilimenti di Bangalore, stimolando così un processo di ascolto delle organizzazioni dei cittadini da parte degli organi certificatori della SAI, passaggio che potrebbe essere fortemente limitato se la condanna al silenzio rimanesse in piedi ancora per molto. Tuttavia Abiti puliti internazionale, insieme all’India Committee of the Netherlands (ICN), non colpiti dall’ordinanza, hanno piazzato un bel reclamo ufficiale alla SAI, contestando quale film avessero visto nel momento in cui avevano bollato come “modello” quella specie di fabbrica degli orrori. Al momento si sa che il colosso della certificazione avrebbe svolto propri approfondimenti che siamo tutti ansiosi di conoscere.
Ma l’altra domanda che sorprende sfiorando i capi finto-dimessi delle grandi marche che lavorano ancora abitualmente con la FFI/JKPL, è quella che fa ripetere quasi ossessivamente a noi persone comuni appena un po’ informate: possono non sapere? Ma soprattutto: come fanno a fare "business as usual" come se niente fosse, sulla pelle di tante donne e uomini poverissimi che sotto le macchine si giocano la dignità, ma qualche volta anche la vita? Si perché, ad esempio, l’olandese G-Star, contattata dalla Clean Clothes Campaign, per anni ha perso tempo prezioso contestando le denunce di sindacati e ong, replicando che le condizioni di povertà del lavoratori del tessile sono un po’ comuni in tutto il mondo, come se si parlasse di una condizione climatica e non di abusi volontari. Mentre la campagna, ma anche la casa americana Ann Taylor e quella olandese Mexx confermavano con indagini proprie le condizioni terribili che si vivevano nelle unità di produzione di Bangalore, c’era anche il gruppo Tommy Hilfiger, che al momento non aveva ordini in corso, ma che spiegava alla FFI/JKPL che se avesse voluto fornirlo ancora avrebbe dovuto applicare i principi dei codici di condotta previsti dalla SA8000 ma anche gli elementari diritti umani e del lavoro; Guess spiegava agli attivisti che aveva rapporti in corso con FFI/JKPL, ma non ancora veri e propri ordini. Gap, invece, piazzava un nuovo ordinativo proprio nel momento clou della campagna di pressione. Le italiane Armani e RaRe non si sono neanche prese la briga di rispondere a sindacati e ong.
È così che il mio shopping ‘riparatore’ è finito a buste quasi vuote e a portafogli quasi intatto: quei vestiti nuovi non mi sembravano più così belli e possibili, anzi alcuni di essi mi hanno messo davvero di cattivo umore.


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Landelijke India Werkgroep/India Committee of the Netherlands - February 2, 2007