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This article is published by Megachip, 4-10-2007

by:
Loris LDE D'Emilio

Le sensure del dissenso



Repressioni in Birmania, comportamenti antisindacali in India, accordi commerciali tra privati negli Stati Uniti: cosa accomuna queste storie?

In pochi giorni sono circolate tre notizie che apparentemente sono molto distanti tra loro, ma che in realtà hanno almeno un elemento in comune.

La prima è sotto gli occhi di tutti, visto che ne parlano (e straparlano) tutti i quotidiani ed i telegiornali: la protesta dei monaci in Birmania/Myanamar e la dura repressione della giunta militare al potere, con protestanti uccisi, feriti, carcerati o spariti nel nulla. Quello di cui forse troppo poco si è parlato è di come la protesta abbia avuto vasta eco grazie a Internet (a causa della stretta censura sull'informazione locale) e del conseguente isolamento dalla Rete voluto dal regime proprio per impedire ulteriori fughe di notizie (e immagini, e video).

La seconda è un po' più nascosta tra le pieghe del cyberspazio (sembra che tra i quotidiani il solo Liberazione ne abbia scritto qualcosa): la Clean Clothes Campaign [http://www.cleanclothes.org], la campagna internazionale di denuncia dei soprusi ai lavoratori nei subappalti delle grandi firme del tessile abbigliamento nel Sud del mondo, è stata a sua volta denunciata dall'azienda FFI di Bangalore (India). Il risultato è stato che un giudice locale ha diramato un mandato d'arresto per sette membri dello staff della Clean Clothes Campaign e dell'India Committee of the Netherlands [http://www.indianet.nl/english.html] che rischiano fino a due anni di carcere. Non solo: la FFI ha chiesto al giudice indiano l'oscuramento dei providers olandesi Antenna e Xs4all che hanno riportato costantemente le evoluzioni della vicenda giudiziaria (al momento in cui scrivo, il sito è ancora online).

La terza è passata quasi del tutto inosservata, citata in diversi blog e riportata come notizia solo da Punto Informatico: l'azienda di telecomunicazioni americana AT&T ha fissato nuove condizioni di sospensione del servizio per i suoi clienti: ledere il buon nome di AT&T, dice il contratto revisionato, può costare la connessione.

"In particolare il sotto-capitolo 5.1, chiamato Suspension/Termination, stabilisce i termini entro i quali la telco si riserva il diritto di staccare la spina ad Internet: se la sospensione può forse risultare comprensibile se si ritarda più di 30 giorni nel pagare una bolletta, che la linea possa essere staccata "per una condotta che AT&T ritiene che "danneggi il buon nome e la reputazione di AT&T, o le sue società, affiliate e sussidiarie" lo è naturalmente molto meno. In sostanza, ha deciso AT&T, qualunque atto di critica eccessivo o non accetto al management del conglomerato può essere soggetto a censura preventiva e senza nemmeno l'avviso di sfratto."

Qual è il tratto comune di questi fatti? Semplice, le censure del dissenso. L'intero popolo birmano che rivendica la sua libertà da una tirannia militare, la classe di lavoratori indiani del tessile sfruttati senza alcuna garanzia sindacale, un privato cittadino americano che stipula un accordo commerciale con una azienda di telecomunicazioni locale: ognuno di questi soggetti ha avuto finora la possibilità di far sentire la propria voce grazie a Internet, di far uscire dal muro del silenzio e dell'omertà notizie ed informazioni altrimenti sconosciute ai più. Cosa che dà fastidio al Potere che non può tollerare voci di dissenso.

E allora il governo birmano, le aziende indiane e quelle americane che fanno? Staccano i fili, oscurano i siti, rescindono i contratti "a proprio insindacabile giudizio". Non si cercano di comprendere le altrui posizioni, non si fanno aperture verso le controparti, non si danno/restituiscono diritti a propri cittadini/lavoratori/clienti.

No, si impone il silenzio. Virtuale, e reale.


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Landelijke India Werkgroep - November 27, 2007