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This article is published by Korazym.org, 5-10-2007

by:
Simone
Baroncia

India, fermare il processo contro la campagna "Abiti puliti"



Un giudice indiano vuole arrestare gli attivisti della Campagna Abiti Puliti. Il loro reato? Aver denunciato le pessime condizioni di lavoro degli operai di un gruppo tessile indiano che fornisce anche gli italiani Armani e Ra-Re.

Tu denunci le mie malefatte? Io ti arresto. E ti inseguo fino in Olanda. Oscuro il tuo sito internet. E se ci riesco, anche il tuo provider: è la brutta avventura che sta vivendo la Clean Clothes Campaign, la meritoria campagna internazionale che da anni, e per prima, ha cominciato ad aprire uno spiraglio di conoscenza, e di speranza per i lavoratori, sul mondo dei subappalti delle grandi firme del tessile abbigliamento nel Sud del mondo. La Clean Clothes aveva messo gli occhi e denunciato i comportamenti antisindacali nella grande azienda tessile FFI, che da Bangalore cuce jeans anche per i marchi nostrani Armani e RaRe, oltre che per gli internazionali G-star, Guess, GAP, Mexx. Armani e RaRe, da mesi mantengono il più stretto riserbo sulla vicenda e non l’hanno ritenuta degna neanche di qualche riga di comunicato stampa di circostanza.

Ma nel frattempo, c’è chi si è dato da fare: è un giudice di Bangalore che ha diramato un mandato d’arresto per sette membri dello staff della Clean Clothes Campaign e dell’India Committee of the Netherlands che rischiano fino a due anni di carcere. La FFI ha chiesto al giudice, oltre all’oscuramento dei providers olandesi Antenna e Xs4all che hanno riportato costantemente le evoluzioni della vicenda giudiziaria, anche l’arresto dei sette perché si possa essere sicuri che saranno presenti a Bangalore quando si aprirà il procedimento contro di loro. “Social Accountability International (SAI), responsabile dello standard sociale SA8000”, spiega Deborah Lucchetti, dell’organizzazione italiana Fair che è tra i portavoce di Clean Clothes in Italia, “ha confermato che si applica anche al caso FFI/JKPL la decisione ufficializzata il 30 aprile scorso che sospende dai benefici della certificazione SA8000 tutte le imprese che abbiano ricevuto una ingiunzione legale che vieta agli stakeholder di discutere delle attività condotte dall’impresa al suo interno.

Diverse fonti confermano che la certificazione SA8000 concessa alle unità della FFI/JKPL è sospesa. Comunque, i termini della sospensione rimangono poco chiari.Nonostante le numerose richieste di informazioni aggiuntive, SAI non ha condiviso con la Clean Clothes alcuna informazione”. La Clean Clothes critica la decisione di SAI di ‘autocensurarsi’ ed esprime “forte preoccupazione che assecondando le minacce di un’azienda a caccia di certificazione, SAI ponga le premesse per la completa perdita di credibilità della sua organizzazione come ente indipendente”.

Le accuse della FFI, sul piano legale, ‘fanno acqua da tutte le parti’ denuncia Crista de Bruin, della Clean Clothes Campaign “servono solo per metterci sotto pressione e gettare discredito su di noi”. La FFI non è nuova a queste azioni: lo scorso anno, infatti, riuscì a far emettere dal tribunale una ‘condanna al silenzio’ per le organizzazioni sindacali locali che sono state interdette legalmente dal parlare delle condizioni di lavoro che si vivevamo nelle sue fabbriche. Visto che, nel frattempo, le organizzazioni umanitarie internazionali hanno continuato ad occuparsi del gruppo, la FFI, a questo punto, ha mirato più alto e più lontano.


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Landelijke India Werkgroep - December 12, 2007