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This article is published by Il Manifesto, 7-10-2007

by:
Patrizia Cortellessa

Vietato parlare del lavoro



India Mandato di arresto per 7 attivisti della Clean Clothes Campaign: hanno divulgato in rete le condizioni di lavoro in alcune fabbriche tessili

Denunciare - ma soprattutto divulgare - le violazioni dei diritti dei lavoratori non si può. Così dopo le minacce, i ricatti e le ingiunzioni arriva anche un mandato di arresto per sette attivisti olandesi della Clean Clothes Campaign (CCC, la campagna internazionale «Abiti puliti») e dell'India Committee of the Netherlands (Icn) che rischiano - in base al codice penale indiano - due anni di carcere per cybercrime, diffamazione, atti di razzismo e xenofobia.

Ma di quale reato si saranno mai macchiate le due organizzazioni e i sette membri del loro staff? Presto detto. Sono «colpevoli» non solo di aver solidarizzato con i lavoratori ma, e soprattutto, di aver messo in rete (sui rispettivi siti) una particolareggiato dossier sulla situazione di sfruttamento in alcune fabbriche indiane come la Ffi/Jkpl (Fibres & Fabrics International) e la sua sussidiaria Jeans Knit, dove i lavoratori che producono jeans venivano sottoposti ad abusi fisici e psicologici, lavoro forzato, straordinari non pagati. Oltre, naturalmente, a lavorare in condizioni di sicurezza pressoché inesistenti.

Grazie a internet dunque la vicenda ha travalicato i confini indiani, ed è venuta a conoscenza dell'opinione pubblica internazionale. La Ffi/Jkpl di Bangalore, che produce jeans per importanti griffe come G-Star, Mexx, Gap, e le italiane Armani (fino al 2006) e Ra-Re, invece di rispondere alle accuse e avviare un confronto con le organizzazioni indiane e internazionali, era passata al contrattacco denunciando a sua volta i «querelanti».

Dall'anno scorso un'ingiunzione del tribunale di Bangalore - decisione confermata poi nel febbraio di quest'anno - impone alle organizzazioni locali il divieto di diffondere notizie sulle condizioni di lavoro all'interno degli stabilimenti della Ffi/Jkpl.

Una brutta storia, che sta suscitando non poca preoccupazione da parte di molte organizzazioni internazionali, compresa Amnesty International. Il timore principale è che il caso Ffi possa rappresentare - in caso di vittoria della società indiana - un precedente pericoloso per molte imprese terziste le quali, pur di evitare il dialogo con i lavoratori e con le organizzazioni sindacali, potrebbero ricorrere all'azione giuridica trovando, come in questo caso, giudici molto solerti dalla loro parte.

C'è da registrare poi il comportamento delle imprese occidentali. Solo alcune delle aziende accusate di comportamenti antisindacali sono infatti intervenute per chiedere migliori condizioni di lavoro per gli operai, ma nessuna di loro avrebbe sostenuto progetti per organizzare un'attività sindacale vera e propria all'interno degli stabilimenti.

Una tentazione, quella di cancellare definitivamente i diritti dei lavoratori, che sembra trovare sempre più numerosi proseliti, e non solo in India. Vediamo ora come e se reagirà il governo italiano, al quale i sindacati italiani dei tessili (Filtea-Cgil/Femca-Cisl/Uilta-Uil) e la Campagna Abiti Puliti hanno chiesto - in una nota congiunta - di intervenire, per scongiurare l'arresto degli attivisti olandesi.

Per ulteriori informazioni e aggiornamenti: www.abitipuliti.org; cleanclothes.ch.


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Landelijke India Werkgroep - October 3, 2007